GIORNO 1: la Diga del Vajont e il Rifugio Pordenone

Prima tappa: la Diga del Vajont

A Treviso abbiamo trascorso una notte infernale per il caldo, causa condizionatore scarico. Partiamo di buona lena con la recondida speranza di trovare un po’ di refrigerio salendo il più possibile in quota. Superiamo la zona dell’Alpago e risaliamo la valle del Piave fino alle porte del Cadore. Siamo ancora in Veneto, in provincia di Belluno.  La prima meta della nostra vacanza è Longarone, paese ai piedi della Diga del Vajont, nota per l’omonima tragedia che colpì proprio il paese di Longarone la notte del 9 ottobre 1963 alle 22.45.
Attraversando il paese, mi sovviene improvvisamente il monologo teatrale di Marco Paolini, recitato la sera del 9 ottobre del 1997 in diretta dalla diga (GUARDA IL VIDEO). Di tutto quel monologo, che è riuscito a far piangere l’Italia intera, io non ho mai dimenticato una parte: la descrizione del vento maleodorante che investì il paese di Longarone poco prima della distruzione, un fetore violento che precedette di qualche attimo l’onda di roccia, fango e detriti, alta 70 metri con un fronte di 200 metri che, a 95 km/h, rase al suolo qualunque cosa, uccidendo in 5 minuti 1910 persone, di cui circa 400 bambini sotto i 15 anni.
Ti pare di sentirlo quel fetore.
Si risale la profonda “V” della valle attraverso un tunnel stretto, a senso alternato. Qualche rara finestra concede uno scorcio sui ripidi versanti. Ad illuminare la galleria, solo flebili lampadine che ondeggiano attaccate a vecchi fili.
5Il parcheggio (2,00 euro/h) è posizionato alla fine della galleria poco oltre la diga. Si riempie presto di turisti provenienti da tutta Italia, compreso il furgoncino dei panini. E sono solo le 9 del mattino.
Si scende dall’auto cercando subito la diga con lo sguardo ma non si fa in tempo. Una lunga catena di bandierine tibetane colorate si frappone come a richiedere insistentemente attenzione. E poi leggi il primo nome e il secondo e il terzo. Ma quanti sono? Corona Antonio G. 3 anni, Corona Armanda G. 7 anni, siamo due bimbi mai nati, recita un’altra bandierina. E poi un altro Corona, Fabiano 10 anni, mio Dio, sono tutti parenti, intere famiglie seppellite. Li vorresti leggere tutti quei 400 nomi al vento, non vorresti dimenticare nessuno. Sotto al parcheggio, una sorta di tenda fatta con altre bandierine ricorda anche i nomi delle vittime adulte. Ho postato questa foto su GoogleMaps ed è stata visualizzata 15.000 volte, indice di quanto sia ancora sentita con dolore questa tragedia.
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I cancelli del percorso che portano alla diga sono chiusi ed è probabile che si acceda solo con delle visite guidate, ma poco importa. Ci infiliamo nella galleria e nelle nicchie troviamo le lapidi: diga funesta per negligenza e sete d’oro altrui, persi la vita che insepolta resta.
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Ed ecco le immagini della diga, 261,60 m di altezza, incredibilmente integra nonostante i 270 milioni di metri cubi di terra e roccia che vi si riversarono staccandosi dal monte Toc. Questo il paragone calzante che Dino Buzzati fece a pag. 3 del Corriere della Sera Venerdì 11 ottobre 1963:

Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. D. Buzzati

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Quella del Vajont è una tragedia tutta italiana, quindi annunciata e, come per tutte le altre storie annunciate di “negligenza e sete d’oro altrui, anche qui hanno costruito una chiesa, posizionato una targa ed una scultura. Siamo bravissimi a commemorare, un po’ meno a prevenire.
27L’enorme nicchia di distacco appare oggi sul fianco del Monte Toc in tutta la sua drammaticità e stupidità. Uno studente al termine del primo anno di geologia, con un semplice rilevamento fotografico e geologico, una bussola con inclinometro, avrebbe detto di no, che lì una diga non si poteva fare. Un franapoggio di roccia calcarea, quasi verticale, con uno strato di argilla a far da lubrificante e alla base un invaso riempito fino a 650 m, che premeva al piede tiltando gli strati di quello che i saggi contadini chiamavo Monte Toc, un monte che viene giù a tocchi.
Non essendo io una giornalista lascio fare ai professionisti e vi rimando alla lettura dello speciale che Panorama ha dedicato a 55 anni dal disastro del Vajont, lo scorso ottobre 2018. LEGGI L’ARTICOLO.
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Diga del Vajont
33080 Erto e Casso VE
SITO TURISMO FVG
INFO VISITE GUIDATE DIGA DEL VAJONT
Biglietteria: PRESSO PUNTO INFORMATIVO DIGA DEL VAJONT A ERTO E CASSO (PN)
Orari: dalle 10.00 alle ore 17.00 (ultimo ingresso)
Tariffa: 5 €
Durata della visita: 40 minuti


Seconda tappa: la Val Cimoliana e il Rifugio Pordenone

Ormai siamo in Friuli Venezia Giulia. Arriviamo a Cimolais (PD) verso le 10.30. Cimolais è proprio alla confluenza del torrente Cimoliana nel torrente Cellina,  dove termina l’omonima valle Cimoliana. Siamo ai piedi del Parco delle Dolomiti Friulane, un luogo di tale bellezza da essere iscritto dal 2009 nella “Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità” dell’UNESCO.
Ci rechiamo all’info point di Cimolais, compriamo una cartina dei sentieri, ce la studiamo al bar e torniamo all’info point pieni di domande e lì sottolineiamo i trekking interessanti da fare. Uno in particolare, il Campanile della Val Montanaia, richiederebbe quanto meno il pernottamento al Rifugio Pordenone per poter partire presto con l’ombra, ma figurati se accettano il cane. E invece sì, hanno una stanza riservata a chi ha il cane e l’unica disponibilità è per la sera stessa. Prenotiamo raggianti e risaliamo la valle per 10 km di sterrato, paghiamo ad un omino, solo ed abbandonato, l’obolo giornaliero di Euro 6,00  e parcheggiamo proprio sotto al Rifugio, raggiungibile in 5 minuti a piedi. Non sappiamo ancora di essere giunti nel luogo più ospitale del Friuli ma lo capiamo non appena mettiamo le gambe sotto al tavolo. A seguire, pennica al fresco e mini trekking di 45 minuti per raggiungere il Belvedere del Campanile, un assaggino di quello che faremo domani.

Rifugio Pordenone
Str. della Val Cimoliana, 33080 Cimolais PN
Tel. 0427 87300 / 335 5224961
@mail: rifugio.pordenone@yahoo.it
SITO WEB
Mezza pensione + colazione: Euro 53,00
Doccia Euro 3,00
Corrente Euro 2,00 per un’ora
Specialità: frico, goulasch, polpettine in umido con contorno di polenta, barbabietole e zucchine.
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I CAPITOLI DELLA NOSTRA AVVENTURA FRIULI E DINTORNI 2018

 

 

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