La Val di Scalve: la Miniera Gaffione

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La Val di Scalve è la valle del fiume Dezzo, nonchè la valle più orientale del Parco delle Orobie Bergamasche. In realtà sarebbe più corretto parlare di due valli: la Val di Scalve  superiore, a nord dell’abitato di Dezzo, situata in provincia di Bergamo e la Val d’Angolo, a sud di Dezzo, situata in provincia di Brescia. Una valle ma due provincie quindi, Bergamo a nord e Brescia a sud, con il Passo della Persolana a fare grossolanamente da giro di boa. E’ stata proprio l’imponente massa dolomitica della Presolana (2.521 m) a condizionare fortemente lo sviluppo di questa valle, suddividendola in due tronconi, uno settentrionale ad orientamento NE-SO, cioè la Val di Scalve in senso stretto, con Schilpario (BG) e Vilminore di Scalve (BG), ed uno meridionale ad orientamento N-S, con Angolo Terme (BS) e Boario Terme (BS), punto di arrivo del fiume Dezzo che qui confluisce nel fiume Oglio.  Due valli praticamente separate dallo stretto orrido a sud di Dezzo sino al 1864, anno di completamento della rotabile Dezzo-Angolo, conosciuta come via Mala d’Italia, una delle più ardite strade alpine che siano state costruite, con numerose gallerie e tratti a capanna.

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L’orografia severa di questa valle ha impedito la nascita di importanti vie commerciali verso nord, quindi verso la Valtellina. Al contrario di Val Brembana e Val Seriana (basti pensare alle vie commerciali Mercatorum e Priula), i passi sono qui dislocati lungo lo spartiacque orobico a quote troppo elevate e furono utilizzati prettamente per la transumanza (Passo di Belviso 2.518 m, Passo di Venano 2.328 m, Passo del Vo 2.368 m, Passo del Demignone 2.485 m, Passo Venerocolo 2.314, Passo del Sellerino 2.410, Passo del Gatto 2.415 m). Anche diverse cime superano i 2.500: Monte Gleno 2.882 m, Monte Demignone 2.586 m, Monte Venerocolo 2.590 m, Monte Sellerino 2.507 m).
Tutto ciò ha di fatto condizionato l’isolamento nei secoli della val di Scalve superiore che venne naturalmente a gravitare verso Bergamo. Ancora oggi la via di accesso più semplice alla valle è lungo la statale che la collega alla val Seriana attraverso il Passo della Presolana.
La Val di Scalve offre agli escursionisti bellissime passeggiate con suggestive mete in quota. Tuttavia è una valle relativamente poco frequentata dagli escursionisti  mordi e fuggi per via della distanza dai principali centri urbani (2h da Milano, 1h e mezza da Bergamo e Brescia), per non parlare dei tornanti da affrontare. E’ principalmente una valle di seconde case, per lo più concentrate a Schilpario (1.124m), uno dei paesi più importanti della valle per popolosità e densità di offerta di turismo attivo sia in estate che in inverno (Pista degli Abeti). Il modo migliore per esplorare questa valle sarebbe pernottarvi per più giorni, organizzando per esempio un weekend lungo, tuttavia l’offerta di camere, appartamenti in affitto o b&b è molto limitata.

Tralasciando, per il momento, le bellissime escursioni alle vette, ai laghetti alpini e agli alti passi, vi suggeriamo un’attività semplice e preliminare per comprendere la storia di questa valle:

  • Visita alla Miniera Gaffione

Per prendere confidenza con gli ambienti di questa bellissima valle, poi, vi consigliamo alcune escursioni:


Pillole di storia mineraria della Val di Scalve

Nonostante il suo isolamento, la val di Scalve non è priva di storia, tutt’altro. L’abbondanza di pascoli e foreste che ricoprivano gran parte del territorio ne hanno favorito la colonizzazione, ma non solo. Esistono testimonianze di un’importante attività di scavo delle numerose miniere di ferro fin dai tempi dei romani. Il legname abbondante permise, infatti, la produzione del carbone vegetale che, a sua volta, consentì la lavorazione del minerale. Il nome “scalve“, secondo alcuni, pare derivi da “scalvare“, tecnica che consiste nel privare gli alberi dei rami quasi rasente il tronco, attività ampiamente diffusa nella valle proprio per la produzione del carbone. La valle non era famosa solo per l’estrazione del ferro e per i forni fusori, ma anche per lavorazione e il commercio del ferro, favorito dall’esenzione dai dazi da parte della Repubblica di Venezia di cui la Comunità di Scalve accettò di buon grado l’annessione nel 1428. Fin qui tutto bene. Con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina nel 1797 iniziò la crisi del comparto minerario, nonostante la forte richiesta dovuta alla guerre napoleoniche. Neanche l’apertura della via Mala nel 1864 fece decollare la produzione industriale ed inevitabile fu l’esodo della popolazione, soprattutto intorno agli anni venti, dopo l’ennesima chiusura delle miniere. Nonostante la costruzione dell’imponente diga del Gleno tra il 1916 e il 1923 che incrementò per alcuni anni il livello occupazionale locale, il 1 dicembre 1923, la diga, costruita con materiali scadenti, crollò ricolma di acqua, distruggendo interi paesi della valle fino alla Valle Camonica (Dezzo e il suo forno fusorio vennero letteralmente spazzati via). E’ in concomitanza con le due guerre mondiali che si ebbe un risveglio momentaneo dell’economia per la richiesta di metallo destinato agli strumenti bellici.

IMG_20190831_111126Grazie alla politica autarchica degli anni trenta, nel 1937, quindi, si ebbe una nuova riapertura delle miniere ad opera di grandi società siderurgiche italiane, Breda, Falck, Ferromin, che, consorziandosi nel Consorzio Minerario Barisella, si suddividettero le diverse  miniere, rilevando le concessioni fino ad allora troppo parcellizzate. E’ solo in questi anni che vengono apportate importanti innovazioni agli impianti e alla tecnica estrattiva: realizzazione della teleferica Cividate Camuno, ampliamento delle gallerie di carreggio, sostituzione dei vagoncini, introduzione dei martelli perforatori, utilizzo di esplosivi più potenti (dinamite, gelignite, cheddite, dinamon), costruzione di nuovi forni per la produzione della ghisa. Anche in tema di salute dei lavoratori, venne introdotta la visita medica annuale con esame radiologico all’apparato respiratorio cosa che non impedì il dilagare della silicosi tra gli operai dopo soli 5-6 anni di attività estrattiva. L’introduzione dei martelli perforatori per l’esecuzione dei fori da mina era, purtroppo, ancora privo di un sistema di abbattimento delle polveri ricche di silice e se, inizialmente, sollevò i minatori dal faticosissimo lavoro di realizzazione dei fori, prima fatti a a mano con fioretto e mazzetta, l’introduzione dei martelli perforatori ne causò la condanna a morte.
Il materiale sia crudo che torrefatto venne, inizialmente, trasportato a mezzo camion sino alle acciaierie di Sesto San Giovanni (MI). A causa della guerra, cominciò ad essere difficile l’approvvigionamento del gasolio e vennero installati 11 km di teleferica tra Gaffione e la ferrovia in Valle Camonica.

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La ripresa dell’attività mineraria italiana nel Dopoguerra fu lentissima e probabilmente si sarebbe conclusa così con la fine delle attività belliche, se non fosse che negli anni Cinquanta il piano Marshall assegnò all’Italia fondi per la ripresa delle attività industriali e ripartì, così, la produzione nazionale di acciaio. Tutte le miniere della nazione tornarono in attività e solo in Val di Scalve vennero assunti 200 lavoratori. E’ l’epoca del dottor Silvio Tronchetti alla Presidenza del Consorzio Minerario Barisella e dell’Ing. Andrea Bonicelli come direttore dei lavori. E’ proprio ad Andrea Bonicelli che è stato dedicato il Parco Minerario di Schilpario, ora visitabile. Tutte le miniere vennero riaperte, venne realizzata una nuova cabina elettrica sul piazzale di Gaffione, potenziata la centrale dell’aria compressa, realizzati sei nuovi forni fusori, silos e nastri trasportatori, vennero sostituiti i binari di scartamento da 40 cm con binari nuovi da 60 cm, introdotti i locomotori elettrici, ma soprattutto, vennero sostituiti i fioretti con i nuovi Widia, allontanando il rischio di silicosi. Si raggiunse, così, una produzione giornaliera di 300 tonnellate di materiale torrefatto,  spedito poi a Sesto San Giovanni su autotreni.

Seguì un lento declino durato ventanni e nel 1972 la scarsa competitività determinò la chiusura definitiva delle miniere.


Il Parco Minerario Ing. Andrea Bonicelli e la miniera di Gaffione a Schilpario (BG)

Risalendo la Val di Scalve, si giunge all’abitato di Schilpario (1.124m). Un enorme striscione affisso alle porte del paese pubblicizza la visita alle Miniere ed è solo il primo di tanti altri che guidano il turista verso il Parco Minerario Ing. Andrea Bonicelli, un vero e proprio museo della miniera costituito nel 1998 per volontà di alcuni appassionati, all’interno del quale, in Località Gaffione, è possibile visitare alcuni tratti dei 60 Km di gallerie che caratterizzano l’antico centro minerario, per l’esattezza 2 km in treno ed 1 km a piedi. L’Ing. Andrea Bonicelli fu il direttore dei lavori del Consorzio Minerario Barisella negli anni del Dopoguerra, quando alla Presidenza del Consorzio siedeva Silvio Tronchetti, dirigente della Falk, uomo che credette nel futuro della miniera e spinse per il suo ammodernamento.

La visita del museo avviene esclusivamente con l’accompagnamento di una guida che spiega la tipologia della miniera, i metodi di escavazione, di trasporto e di lavorazione del minerale (siderite ed ematite).

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Dopo un suggestivo tragitto di 2 km sul trenino, si procede a piedi in galleria per affrontare un vero e proprio percorso didattico lungo un camminamento di 1 km, ai cui lati si alternano i “camini” per inseguire la “vena” di siderite, gli “inghiottitoi” per scaricare il materiale ferroso, le gerle di cui si caricavano le spalle i “purtì” (ragazzi di 12-13 anni scelti per la loro bassa statura) i vagoncini per il trasporto del materiale, la “riservetta” per gli esplosivi, le attrezzature per lo scavo, le scale in legno per collegare i livelli.

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Il percorso prevede anche una parte esperienziale ed emozionale. I bambini, per esempio, possono indossare la gerla carica di minerale per provare il peso del lavoro a cui erano sottoposti i coetanei di un tempo.
E poi il buio assoluto. La guida spegne l’illuminazione artificiale per calare i visitatori nel nulla e far prendere loro coscienza del totale senso di disorientamento, isolamento e panico che si prova in un ambiente altamente ostile e pericoloso come quello di una miniera, un vero e proprio labirinto di gallerie, a diversi livelli, disseminate di inghiottitoi e camini. Il buio è, inoltre, propedeutico per capire l’importanza delle lampade a carburo con la loro calda, diffusa e rassicurante illuminazione. Ogni minatore aveva la propria preziosa lampada a carburo personale che, al termine del turno di lavoro, veniva appesa ad un chiodo in un deposito dove i chiodi erano tanti quanti i minatori in servizio. Se rimaneva un chiodo libero, voleva dire che un minatore era rimasto dentro ed occorreva andarlo a cercare. In caso di spegnimento della lampada senza possibilità di ripristino, l’unica cosa saggia da fare era aspettare i soccorsi senza tentare di orientarsi e muoversi al buio in un ambiente pericolosissimo (l’inclinazione della vena costringeva il minatore a lavorare in cima a dei pozzi raggiungibili con scalette precarie).
Ogni minatore, quindi, aveva cura della propria lampada. Eccone alcuni schierati all’uscita della miniera, ciascuno recante la lampada con la mano sinistra. Strano vero? Erano forse tutti mancini? Eh no, siamo in epoca fascista e la mano destra doveva rimanere libera per il saluto romano ai gerarchi del regime. Altra osservazione: nell’angolo in alto a sinistra della foto si intravvede la teleferica.

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La teleferica risale proprio al periodo fascista quando l’alto costo raggiunto dal petrolio rendeva troppo oneroso il trasporto del minerale fino a Milano, dove avveniva la lavorazione finale nelle fabbriche della Breda e della Falck. La teleferica fu costruita dai livelli più alti della miniera sino all’uscita della miniera stessa, dove furono edificati dei capannoni adibiti ad primo trattamento per separare la parte sterile da quella mineralizzata. La teleferica funzionava per sola forza di gravità, bastava avviare i carrelli per farli scorrere. Il prodotto così ottenuto riprendeva il viaggio in salita sul versante opposto per poi ridiscendere in val Camonica ed essere, infine, caricato sui convogli ferroviari. Per evitate lo scavallamento totale della montagna fu realizzata anche una galleria presidiata da due minatori durante tutto l’inverno, affinchè l’imbocco venisse liberato dalla neve che avrebbe bloccato il transito dei vagoni.
Verso l’uscita del percorso didattico, infine, ad un livello già molto basso quindi, è ancora presente un montacarichi per scendere di altri due livelli.  I livelli inferiori venivano mantenuti asciutti da pompe sempre in funzione. Si narra che durante la Seconda Guerra Mondiale, per bloccare l’estrazione e, quindi, la produzione di armi, i partigiani manomisero irreversibilmente le pompe, allagando i livelli inferiori.
All’uscita si respira l’aria fresca, si gode del sole e persino della pioggia, fuori tutto è vita ed ogni sensazione è amplificata.

Questi sono solo alcune anticipazioni delle numerose informazioni storiche che riceverete, nonchè racconti ed aneddoti. E’ una visita che regala conoscenza ed emozioni, non perdetevela.


La Miniera Gaffione: info pratiche

Nonostante l’abbondante segnaletica da Schilpario in poi, una volta giunti in Località Gaffione, ci si trova di fronte ad uno slargo sterrato, con una bacheca in legno con scritto “ingresso alla miniera” ma, qualche metro più in là, una sbarra e cartello di divieto di accesso confondono il visitatore. Non vi sono indicazioni chiare per il parcheggio, lo troverete semplicemente in cima alla strada in salita, proprio quella con la sbarra e il divieto di accesso.

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Luogo: Schilpario (BG), loc. Gaffione
Aperture: apr, mag, giu, set, ott il Sabato e Domenica dalle 10:00 alle 11:15 (ultimo ingresso) e dalle 14:00  alle 16:00 (ultimo ingresso); lug, ago tutti i giorni dalle 10:00 alle 11:15 (ultimo ingresso) e dalle 14:00 alle 16:15 (ultimo  ingresso); set aperto tutti i giorni (orari indicativi di ingresso: 11:00 – 14:30 – 16:00).  Aperto tutto l’anno solo su prenotazione per gruppi di almeno 15 persone.
Prezzo: intero € 10,00 a persona; ridotto: (dai 3 ai 13 anni) € 7,00 a persona; per gruppi Grest/Cre/Parrocchie superiori a 50 persone € 7,00 a persona (1 gratuità ogni 10 paganti); per scuole: € 10,00 a persona (insegnanti gratuiti).
Abbigliamento: l’ambiente è freddo ed umido, quindi occorre coprirsi bene anche in estate. Il personale del museo mette a disposizione un impermeabile, casco e retina igienica per i capelli. Consigliamo cappello in pile, strato termico, pantaloni lunghi, calzettoni e scarponcini per fango e pozze d’acqua.
Bambini: è un museo alla portata dei bambini in quanto la visita è molto coinvolgente e per nulla noiosa in cui i bambini vengono coinvolti costantemente.
Cani: autorizzati su richiesta telefonica, meglio se vi dotate di mutandine igieniche; attenzione al primo tratto su trenino che è molto rumoroso, quindi sconsigliato ai cani molto sensibili ai rumori. Il nostro jack russell non ha avuto problemi.
Contatti: 347.8163286 / 339.6055118 – miniereskimine@gmail.com – https://www.minieraschilpario.net/

IN OTTEMPERANZA ALLE NUOVE LINEE GUIDA NAZIONALI POST COVID-19 LA PRENOTAZIONE E’ OBBLIGATORIA

Tel: 339.6055118  (Giada) –    miniereskimine@gmail.com

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