Il Monte Canto tra storia, vigne ed oliveti

Al margine occidentale della provincia di Bergamo, in Lombardia, vi è un territorio dalla forma di triangolo rovesciato, delimitato ad est dal fiume Adda, ad ovest dal fiume Brembo e a nord da una dorsale lunga 7,5 km, larga 2 km ed alta 710 metri, ricca di facili sentieri percorribili da chiunque e in qualunque stagione. Il terriorio “triangolare” è la cosidetta Isola Bergamasca mentre la dorsale è il Monte Canto, meta della nostra escursione di oggi. Se camminate da poco o volete riprendere a camminare, se siete fuori forma e siete alla ricerca di un percorso modesto in termini di dislivello, estensione e tempo di percorrenza, continuate a leggere, perchè fa proprio al caso vostro. Tutti i sentieri del Monte Canto sono percorribili anche in MTB e i bikers sono quasi più numerosi degli escursionisti.
Quali emergenze incontrerete sul sentiero: la diroccata Cascina di San Bartolomeo, i ruderi del Borgo del Canto, la Chiesetta di Santa Barbara, l’Agriturismo Cavril e la splendida Abbazia di San’Egidio in Fontanella.
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Triangolo Lariano: il Monte Palanzone

C’è ancora qualcuno che non è salito sul Monte Palanzone? Noi, sino a Sabato scorso, giuro. Nella testa di ciascun escursionista, un bel giorno, si fa largo l’idea che fare un trekking facile, magari sotto casa, senza una vera cima rocciosa da raggiungere o senza la sfida dei mille metri di dislivello, sia da sfigato. Abbiamo tutti un portfolio di gite tappabuchi, quelle che ci teniamo buone per il dopo influenza o per il periodo di recupero dopo una distorsione. E senza mezzi termini, la salita al Palanzone è una di queste. Viene considerata insindacabilmente una gita da pensionati, tuttavia, a causa della nefasta congiuntura economica che ha trasformato il pensionato in una sorta di figura mitologica, decine di escursioni sfigate sono state riabilitate, semplicemente perché i pensionati non esistono più. Battutacce  a parte, vogliamo spiegarvi il motivo del perché anche un escursionista giovane, sano e forte, dovrebbe salire almeno una volta sul Monte Palanzone: il panorama.
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Lario: l’antica strada Perledo-Esino. Quando sugli accordi vigilavano oltre ai notai pure i santi.

Il team di OggiEsco, in compagnia degli amici di Pimpa Trek, è stato nel Parco Regionale della Grigna Settentrionale e per l’esattezza nella Val d’Esino, una fertile valletta, con una buona esposizione al sole tutto l’anno, situata tra la Valsassina e il Lago di Como. L’ottima esposizione conferisce a questo territorio un piacevole microclima che lo rende idoneo alla coltivazione dell’olivo. E’ facile intuire, quindi, come sia ideale anche per le passeggiate invernali. Ecco come è andata.
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Val Brembana medioevale: da Cornello dei Tasso ad Oneta sull’antica via Mercatorum.

La Strada Provinciale che percorre la Val Brembana da Bergamo sino a Lemma, poco dopo San Giovanni Bianco e prima di immettersi in galleria, presenta una deviazione a destra verso una stradina a picco sul Brembo. Un cartello segnaletico recita Camerata Cornello Km 1.  Molti turisti probabilmente si fermano prima, alle bellissime Terme di San Pellegrino. Certo, il nome di Camerata è assai poco felice e manca un cartello segnaletico che indichi la presenza di un’emergenza storico-culturale, fatto sta che, arrivati alla galleria, si tira dritto senza incertezze.  Ecco, la prossima volta che capiterete in Val Brembana, rallentate, mettete la freccia e infilatevi in quella stradina poco invitante, perchè la moderna viabilità ha tagliato fuori e preservato dalle grandi trasformazioni urbanistiche uno dei borghi medioevali più belli d’Italia. Benvenuti a Cornello dei Tasso, patria dei precursori del servizio postale europeo.

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Le Cave di Molera a Cagno e Malnate: un incredibile patrimonio naturalistico e culturale

Lunedì 29 agosto 2016, il giorno del mio 43° compleanno, i geologi di tutto il mondo si sono riuniti a Città del Capo, in Sudafrica, per il 35esimo Congresso Internazionale di Geologia ed hanno unanimemente annunciato che, nel 1950, il nostro pianeta è entrato in una nuova era geologica: l’Antropocene (Antropos in greco significa “uomo”). Vuol dire che l’impatto dell’uomo sul pianeta è talmente devastante da modificarne, sia a livello locale che globale, aspetto, temperatura, livello dei ghiacci e degli oceani, deforestazione, biodiversità, radioattività, come se l’uomo fosse un vulcano, una faglia o un ghiacciaio qualunque. Ogni anno nelle Alpi Apuane, l’estrazione del marmo si mangia 5 milioni di tonnellate di montagna. Dal Monte Toc, per la spinta del bacino della Diga del Vajont, si staccò una frana di 270 milioni di metri cubi di rocce. Dal 1950 al 2000, per cause antropiche, l’innalzamento termico ha prodotto lo scioglimento di 7.000 km quadrati di ghiaccio sui lati della penisola antartica. L’uomo, quindi, è a tutti gli effetti un agente geomorfologico, cioè modifica la superficie del pianeta. Non è che dalla nostra comparsa 250.000-500.000 anni fa, nel Pleistocene, ce ne siamo stati con le mani in mano fino al 1950, anzi. Ma i tempi, la quantità e la qualità delle modificazioni  venivano dettati dalla forza e velocità delle nostri mani. Una catena diamantata o la dinamite hanno ben altri coefficienti produttivi rispetto ad un pollice opponibile.
Ho visto cave e miniere di tutti i tipi, dal marmo bardiglio delle Apuane a quello bianco di Crevoladossola, dalle miniere di oro o barite in Sardegna a quelle di quarzite a Sondalo. E poi il marmo rosa di Baveno, il tufo nel viterbese, il porfido trentino, il gesso romagnolo. Ogni volta una targa ricorda i morti sul lavoro oppure un articolo ne analizza i costi ambientali a discapito dei benefici occupazionali. A costo ti tirarmi l’odio di tutti gli ambientalisti del pianeta, io voglio confessare il mio amore incondizionato per le cave e le miniere, un amore estetico ed artistico, come se mi trovassi di fronte ad un’opera d’arte monumentale.
E’ successo ancora di emozionarmi in una fredda mattina di dicembre, quando, abbandonando il sentiero che da Malnate (VA) a Cagno (CO) si sviluppa parallelo al letto del fiume Lanza, mi sono fatta strada lungo il rilievo di Gonfolite, il substrato arenaceo-conglomeratico che delimita il corso del fiume e sono entrata nella prima grande sala delle Cave di Molera, dove il fiato, il sudore e il sacrificio di tre secoli di scalpellini hanno scavato un monumento di arenaria di infinita bellezza, oggi giustamente riconosciuto come patrimonio naturalistico e culturale.
Siamo nelle Prealpi Lombarde, nel PLIS Valle del Lanza, a cavallo tra le provincie di Como e Varese.

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Il Sentiero Rotary alla scoperta dei luoghi manzoniani

Devo fare una confessione abominevole: io ho odiato profondamente Alessandro Manzoni. Costretta a frequentare a tempo pieno lugubri scuole private cattoliche, in realtà più simili a collegi monastici, ho perso precocemente la fede a 12 anni, il 24 agosto 1985, quando mi arrivarono le prime mestruazioni e mia nonna materna mi segregò per cinque giorni nella casa di campagna fino alla liberazione avvenuta ad opera dei miei genitori, atei risolti. Ero divenuta ai suoi occhi carne impura marchiata dai segni evidenti del peccato originale: il sangue. Con questa infelice iniziazione al mondo delle donne adulte avevo davanti due possibilità: una vita da frustrata oppure l’autodeterminazione femminile. Scelsi la seconda. Per cui, quando al secondo anno di Liceo Scientifico, mi toccò aprire, leggere e studiare “I Promessi Sposi”, tutte le mie frustrazioni da neofemminista acerba si riversarono su Lucia.

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Baitello Manavello: un balcone a 360° sul gruppo delle Grigne e sul Lario

E’ una Domenica di fine ottobre, persiste una lunga coda estiva, le temperature sono alte, il cielo è terso e decidiamo di unirci ad alcuni amici diretti al Baitello Manavello, un bivacco sempre aperto situato sullo Zucco Manavello (1112 m). Posizionato a picco sul Lario, dalla sua staccionata si gode un panorama esteso su quasi tutto il Lago di Lecco e sul Triangolo Lariano. E, alle spalle, la vista spazia sul gruppo delle Grigne ed in particolare sul Sasso Cavallo, sul Sasso dei Carbonari e sullo Zucco dei Chignoli.
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Rifugio Grassi: il più occidentale delle Orobie

Il nome Pizzo Tre Signori è affascinante. Quando ero ragazza mi evocava scenari celtici da Highlander, ma recentemente ho aggiornato le mie fantasie alla Serie TV del Trono di Spade. E’ un bel nome, come lo sanno essere i nomi pieni di storia. Questo monte, infatti, separava un tempo lo Stato di Milano, la Repubblica di Venezia e il Canton dei Grigioni ed ancora oggi segna il confine tra le tre provincie di Lecco, Bergamo e Sondrio e separa le Orobie lecchesi, le Orobie bergamasche e le Orobie valtellinesi. Proprio alle pendici del Pizzo Tre Signori, all’alpeggio del Camisolo, è situato il Rifugio Grassi (1.987 m), che è il più occidentale tra i rifugi orobici. Noi lo abbiamo raggiunto partendo da Valtorta (BG) in val Brembana.

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Lo spartiacque Orobico: il Passo del Publino (BG)

Questo settembre ci sta regalando una calda coda estiva che consente di scegliere serenamente percorsi sopra i 2.000 metri. Per due gaudenti come noi, il pranzo al rifugio è il minimo sindacale alla fine di una salita per cui, quando decidiamo di rinunciare al conforto di un piatto caldo, è perchè il trek sulla carta pare proprio interessante. Decine di escursionisti, lasciata l’auto poco sopra Carona (BG), si incamminano verso il Rifugio Calvi e il Rifugio Longo, puntando alla polenta e funghi. Noi no, perché la meta di oggi è il Passo del Publino (2.368 m), 1.200 metri di dislivello di pace e solitudine, in una splendida valle glaciale sospesa, la Val Sambuzza. Dobbiamo raggiungere lo spartiacque orobico, dare una sbirciata alla Valtellina e consumare il nostro pranzetto al sacco nel Bivacco Pedrinelli.  Cascata e lago della Val Sambuzza, antiche baite, circhi e laghetti glaciali fanno da cornice a questo imperdibile trek.

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I Laghi Gemelli, un classico delle Orobie bergamasche

<<Non sei mai stata ai Laghi Gemelli? Ma veramente?>>. E’ un Martedì sera di fine agosto e il Fabio decide che l’indomani si deve porre rimedio a questa mia grave mancanza. Effettivamente quella ai Laghi Gemelli è una delle escursioni più note ai frequentatori delle Orobie Bergamasche, eppure io non ci avevo mai messo piede, complice il fatto che è un sentiero molto battuto ed a noi piace la solitudine.  Partiamo, quindi, alla volta dell’Alta Val Brembana, sorpresi di trovare il parcheggio lungo il lago artificiale di Carona (BG) già quasi pieno al mattino presto, nonostante sia un giorno feriale. Ma è agosto e la nostra ingenuità fa tenerezza.

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