Vacanze in baita? Scegli il Trentino e la Valsugana. Sconto del 10% per i lettori di OggiEsco allo Chalet Maso Pino. Naturalmente dog friendly!

Il Trentino ha molto da offrire in tutte le stagioni, con o senza neve, anche fuori dai soliti circuiti turistici. Se ami la montagna e prediligi una vacanza in libertà per tutta la tua famiglia (pelosi inclusi) ma non vuoi rinunciare ai confort di una casa accogliente e confortevole, allora non hai che da scegliere una delle numerose baite, dette masi, disponibili tra la zona Valsugana Lagorai e Tesino. Il portale Vacanze in Baita, facile ed intuitivo, è una ricca vetrina di 74 baite disponibili in tutto Trentino, classificate per area, funghetti (stelle), altitudine e servizi. Ma non perdere tempo, abbiamo scelto noi per te il maso giusto sull’incantevole altopiano del Celado, a due passi da Castello Tesino e con vista sul Lagorai: lo Chalet Maso Pino.
I lettori di OggiEsco potranno usufruire di un 10% di sconto sulle prenotazioni in bassa stagione (maggio-giugno e settembre-novembre).  Scrivete a oggiescoblog@gmail.com per ricevere il codice di sconto da comunicare allo Chalet Maso Pino. Promozione valida a tutto il 2019.
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Val Brembana medioevale: da Cornello dei Tasso ad Oneta sull’antica via Mercatorum.

La Strada Provinciale che percorre la Val Brembana da Bergamo sino a Lemma, poco dopo San Giovanni Bianco e prima di immettersi in galleria, presenta una deviazione a destra verso una stradina a picco sul Brembo. Un cartello segnaletico recita Camerata Cornello Km 1.  Molti turisti probabilmente si fermano prima, alle bellissime Terme di San Pellegrino. Certo, il nome di Camerata è assai poco felice e manca un cartello segnaletico che indichi la presenza di un’emergenza storico-culturale, fatto sta che, arrivati alla galleria, si tira dritto senza incertezze.  Ecco, la prossima volta che capiterete in Val Brembana, rallentate, mettete la freccia e infilatevi in quella stradina poco invitante, perchè la moderna viabilità ha tagliato fuori e preservato dalle grandi trasformazioni urbanistiche uno dei borghi medioevali più belli d’Italia. Benvenuti a Cornello dei Tasso, patria dei precursori del servizio postale europeo.

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Le Cave di Molera a Cagno e Malnate: un incredibile patrimonio naturalistico e culturale

Lunedì 29 agosto 2016, il giorno del mio 43° compleanno, i geologi di tutto il mondo si sono riuniti a Città del Capo, in Sudafrica, per il 35esimo Congresso Internazionale di Geologia ed hanno unanimemente annunciato che, nel 1950, il nostro pianeta è entrato in una nuova era geologica: l’Antropocene (Antropos in greco significa “uomo”). Vuol dire che l’impatto dell’uomo sul pianeta è talmente devastante da modificarne, sia a livello locale che globale, aspetto, temperatura, livello dei ghiacci e degli oceani, deforestazione, biodiversità, radioattività, come se l’uomo fosse un vulcano, una faglia o un ghiacciaio qualunque. Ogni anno nelle Alpi Apuane, l’estrazione del marmo si mangia 5 milioni di tonnellate di montagna. Dal Monte Toc, per la spinta del bacino della Diga del Vajont, si staccò una frana di 270 milioni di metri cubi di rocce. Dal 1950 al 2000, per cause antropiche, l’innalzamento termico ha prodotto lo scioglimento di 7.000 km quadrati di ghiaccio sui lati della penisola antartica. L’uomo, quindi, è a tutti gli effetti un agente geomorfologico, cioè modifica la superficie del pianeta. Non è che dalla nostra comparsa 250.000-500.000 anni fa, nel Pleistocene, ce ne siamo stati con le mani in mano fino al 1950, anzi. Ma i tempi, la quantità e la qualità delle modificazioni  venivano dettati dalla forza e velocità delle nostri mani. Una catena diamantata o la dinamite hanno ben altri coefficienti produttivi rispetto ad un pollice opponibile.
Ho visto cave e miniere di tutti i tipi, dal marmo bardiglio delle Apuane a quello bianco di Crevoladossola, dalle miniere di oro o barite in Sardegna a quelle di quarzite a Sondalo. E poi il marmo rosa di Baveno, il tufo nel viterbese, il porfido trentino, il gesso romagnolo. Ogni volta una targa ricorda i morti sul lavoro oppure un articolo ne analizza i costi ambientali a discapito dei benefici occupazionali. A costo ti tirarmi l’odio di tutti gli ambientalisti del pianeta, io voglio confessare il mio amore incondizionato per le cave e le miniere, un amore estetico ed artistico, come se mi trovassi di fronte ad un’opera d’arte monumentale.
E’ successo ancora di emozionarmi in una fredda mattina di dicembre, quando, abbandonando il sentiero che da Malnate (VA) a Cagno (CO) si sviluppa parallelo al letto del fiume Lanza, mi sono fatta strada lungo il rilievo di Gonfolite, il substrato arenaceo-conglomeratico che delimita il corso del fiume e sono entrata nella prima grande sala delle Cave di Molera, dove il fiato, il sudore e il sacrificio di tre secoli di scalpellini hanno scavato un monumento di arenaria di infinita bellezza, oggi giustamente riconosciuto come patrimonio naturalistico e culturale.
Siamo nelle Prealpi Lombarde, nel PLIS Valle del Lanza, a cavallo tra le provincie di Como e Varese.

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Il Sentiero Rotary alla scoperta dei luoghi manzoniani

Devo fare una confessione abominevole: io ho odiato profondamente Alessandro Manzoni. Costretta a frequentare a tempo pieno lugubri scuole private cattoliche, in realtà più simili a collegi monastici, ho perso precocemente la fede a 12 anni, il 24 agosto 1985, quando mi arrivarono le prime mestruazioni e mia nonna materna mi segregò per cinque giorni nella casa di campagna fino alla liberazione avvenuta ad opera dei miei genitori, atei risolti. Ero divenuta ai suoi occhi carne impura marchiata dai segni evidenti del peccato originale: il sangue. Con questa infelice iniziazione al mondo delle donne adulte avevo davanti due possibilità: una vita da frustrata oppure l’autodeterminazione femminile. Scelsi la seconda. Per cui, quando al secondo anno di Liceo Scientifico, mi toccò aprire, leggere e studiare “I Promessi Sposi”, tutte le mie frustrazioni da neofemminista acerba si riversarono su Lucia.

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Da Torno a Montepiatto: il mistero dei massi avelli

I laghi Briantei a sud e i due rami del Lago di Como ad est e ad ovest, delimitano il confine di un vasto territorio, definito Triangolo Lariano. In quest’area è stata rinvenuta la più alta concentrazione di “massi avelli” (circa 32 accertati), ossia misteriose tombe ad inumazione, a forma di vasca, scavate nei cosiddetti massi erratici, grosse pietre di origine glaciale.
Composti prevalentemente da “ghiandone”, una granodiorite a fenocristalli di K-feldspato proveniente dalla Val Masino, i massi erratici destarono subito interesse nell’uomo che colonizzò questo territorio, per l’evidente difformità petrografica rispetto alle rocce sedimentarie locali, per la loro grande dimensione, per l’abbondanza e diffusione che li rese dapprima “magici” e poi utili materiali da costruzione. Alla prima fase, quella magica appartengono i “massi avelli”. Successivamente, a partire dall’epoca romana, grazie alle loro ottime caratteristiche meccaniche e di durevolezza, queste pietre furono impiegate in molte città lombarde. A Milano, per esempio, se ne trovano nell’anfiteatro romano, nei pilastri della Loggia dei Mercanti e negli archi di Porta Nuova (XIII secolo). Ma all’occhio degli escursionisti lombardi più attenti, non sfuggirà la diffusione del ghiandone nelle fontane, nei lavatoi, nelle chiavi di volta degli antichi portoni disseminati lungo i vari sentieri.
Quella che vi presentiamo oggi è, quindi, un’escursione di notevole interesse geologico, storico e paesaggistico, per lo pù premiata da una doverosa sosta enogastronomica al Crotto Montepiatto che ha rinnovato la gestione a maggio 2018.
Partenza da Torno (CO), direzione Piazzaga, Montepiatto e rientro a Torno, lungo un’anello di 8,5 km.
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Il Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola (VGR). Ognisanti tra natura, storia e leggende.

Quante volte mi sono chiesta quale fosse il preciso confine tra l’Emilia e la Romagna. Per chi vive in altre regioni d’Italia, come me, il confine è solo una sfumatura di colline pettinate da alberi di pesco e vigneti tra l’emiliana Bologna e la romagnola Rimini. Scopro che il confine geografico, invece, esiste e condiziona tradizioni, dialetti e leggende: è il fiume Sillaro.
La sorgente del Sillaro è in Toscana ma, dopo 4 km, penetra in Emilia Romagna e divide, da tempi immemorabili, gli emiliani di qua e i romagnoli di là, fino alla confluenza nel Reno e dal Reno al mare. Ohibò, sono cose, queste, che aggiungono certezze alla mia confusa esistenza. Ora riesco a collocare Ferrara in Emilia e Ravenna in Romagna….sorbole!
La valle del Sillaro segna un altro confine, quello del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola, una alta e spettacolare dorsale gessosa che irrompe nel dolce profilo collinare con un affioramento di 25 km ed una larghezza di un chilometro e mezzo sino a Brisighella, uno dei Borghi più belli d’Italia, nella Valle del Lamone.
Questa è la storia (o favola) del nostro viaggio nella selvaggia terra dei Gessi di Romagna, una storia fatta di geologia e speleologia, natura ed escursionismo, storia e leggende, feste e tradizioni enogastronomiche e, a fare da contorno, gli effetti del rinnovato conflitto tra il lupo e l’uomo.

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VGR Capitolo 1: Geologia e Carsismo, Speleologia e NUVOLE 2018

MINERALOGIA E GEOLOGIA
Erica, una vispa ed attenta bambina di 8 anni, ad un certo punto, porge al gruppo con cui viaggiamo, una domanda spontanea ma per nulla scontata: ma questo gesso è quello che si usa sulla lavagna? Più o meno sì, visto che di mezzo c’è la trasformazione dell’uomo.
Il Gesso è un minerale composto da solfato di calcio biidrato CaSO4·2(H2O). Per poterlo utilizzare nelle sue forme merceologiche, va però estratto e cotto a calore moderato (80°-150° C). Questo processo, detto calcinazione, produce la perdita di circa il 75% di acqua, ottenendo gesso anidro, detto anidrite. A questo punto può diventare il nostro bel gessetto da lavagna, nonchè materiale per edilizia (es cartongesso). Erica, però, ha avuto la fortuna di vedere il gesso nella sua forma più bella, la Selenite, cioè la varietà cristallina, che, in natura, si presenta in scaglie traslucide e per questo impiegate dai greci nella produzione di lastre trasparenti da utilizzare come vetro. La luce quasi lunare che da esse traspariva, fece guadagnare a questo minerale proprio il nome della luna, selene in greco.

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VGR Capitolo 2: l’Anello del Monte Mauro

Il Monte Mauro (515 m) è la cima più alta della Vena del Gesso Romagnola e rappresenta la zona più caratteristica di tutto il Parco Regionale. Se avete, quindi, pochi giorni a disposizione, è doveroso posizionare l’anello del Monte Mauro in cima al vostro programma. Complessivamente l’anello è lungo 11 km ed occorrono circa 5-6 ore di cammino e 900 metri di dislivello. Noi siamo partiti da Borgo Rivola, parcheggiando in prossimità dello stadio e proseguendo sulla strada che porta al piccolo borgo di Crivellari da cui parte il sentiero 511 che in due ore e mezza vi porterà all’Eremo di Monte Mauro.
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VGR Capitolo 3: l’Anello del Monte Penzola…anzi no

Questo itinerario ad anello che parte da Borgo Tossignano per 17 km, permetterebbe di scoprire un altro ambiente geologico affascinante del Parco, cioè gli spettacolari anfiteatri calanchivi a nord della Vena del Gesso. I calanchi sono una forma geomorfologica prodotta dall’erosione di terreni argillosi degradati e con vegetazione assente per il dilavamento delle acque. Trattasi di profondi solchi contigui, spesso a ventaglio, lungo i quali l’argilla scende sempre di più proprio perchè non trattenuta dalla vegetazione. I calanchi sono per questo in continuo assottigliamento e smottamento e alcuni fanno derivare questa voce proprio da. lat. chalare nel senso di “distaccare, abbassare, sciogliere”.
Scrivo  “permetterebbe” poichè di fatto non è più sicuro percorrere questo sentiero per la presenza a Budriolo di una stalla presidiata da 5 maremmani molto territoriali ed aggressivi, autori di diverse aggressioni ad escursionisti e loro cani.
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VGR Capitolo 4: la Rocca del Monte Battaglia

Se pernottate al Rifugio Ca’ Budrio, quella alla Rocca Medioevale del Monte Battaglia è un’escursione comoda e facile poichè è possibile percorrere un anello che si snoda a cavallo tra la val Santerno e la val Senio senza dover prendere l’auto, partendo proprio dal Rifugio, basta seguire le paline con le indicazioni per il sentiero CAI 701.
Non è un’escursione particolarmente interessante dal punto di vista paesaggistico nè dal punto di vista geologico, in quanto si sviluppa interamente sulla formazione marnoso-arenacea delle Peliti Eusinche, cioè la formazione sopra la quale si è depositata la vena del gesso. Ma è il valore storico legato agli eventi della Guerra di Liberazione, nonchè la bellezza del punto panoramico dell’arrivo, a conferire a questa escursione una dimensione quasi religiosa.
E’ possibile raggiungere il Monte Battaglia anche da Casola Valsenio lungo il Sentiero della Pace,  dedicato, a 70 anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, all’orrore orrori della guerra e alla responsabilità di mantenere le comunità in pace. Ma andiamo per gradi.
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