Il saluto in montagna

<<Matteo rispondi al signore che ti ha salutato>>
<<Buongiornooooo….>>

<<mamma, ma chi è? Un amico di papà? Non l’ho mai visto>>
<<no tesoro, è solo uno che passeggia in montagna la Domenica come facciamo noi>>
<<e allora perchè ci saluta se non ci conosce?>>
<<perchè in montagna ci si saluta tutti>>
Punto, fine del discorso, l’hanno detto la mamma e il papà. Salutarsi in montagna è una pratica che si tramanda dalla notte dei tempi, nessuno si pone domande a riguardo, lo si fa e basta, un po’ come quando, dopo uno starnuto, auguriamo <<Saluteeee!>>. Chi ha cominciato per primo non si sa, ma lo facciamo tutti, volentieri.


Salutarsi in montagna non è neppure una prerogativa italiana. Sui Sentiers de Grandes Randonnées en France, vi saluteranno con un <<Bonjourrrrrrs….>> (obbligatorio prolungare vezzosamente il saluto), in Alto Adige con un <<Morgen!>> e se il viandante che incontriamo non capirà da dove arriviamo, ripiegherà su un internazionale <<Hi!>>.

Cos’è un saluto? Così, d’acchito, ci viene da pensare che sia un augurio di buona salute. Breve googhelata: confermiamo. A diretta discesa c’è infatti “salve”, dal latino salvere <<stai bene, in buona salute>>, in senso imperativo. Poi questo tipo di augurio si dev’essere allargato. Non solo “stammi bene” ma anche “buon giorno”, “buona sera”, “buon viaggio”, “buon lavoro”. Oppure una dichiarazione di disponibilità: servo vostro, schiavo vostro, s-ciavo vostro, s-ciavo…ciao. Questa non la sapevi, eh? Ebbene sì, se ci salutiamo con un ciao è grazie ai veneziani.

Insomma poco importa cosa si augura, l’importante è augurare qualcosa di positivo a chi si incontra e quando ci si congeda. Chi salutiamo? Ovviamente, salutiamo chi conosciamo. E vabbè.

Ma non solo. Salutiamo (o dovremmo farlo) anche perfetti sconosciuti. Si tratta di persone con cui dobbiamo entrare in contatto per qualche ragione: il barista, la commessa o il passante a cui chiediamo una informazione. Nei contatti umani un buon augurio è sempre gradito e lubrifica, se si può dire, lo scambio che sta iniziando. Peraltro, non conoscendo il nome dell’interlocutore, è anche un modo per richiamare la sua attenzione.

Ma non solo. Salutiamo anche sconosciuti con cui non dobbiamo entrare in contatto. Come quando entriamo nella sala d’aspetto del dottore. Già qui il saluto è meno ovvio, eppure molti lo fanno. Dovendo trascorrere del tempo insieme in una stanza, probabilmente “pare bello” farsi accogliere positivamente da un consesso già formato. Un discorso a parte va fatto per il milanese imbruttito, noto misantropo, che quando va dal dentista non saluta nessuno, si siede e preferisce chattare su whatsapp anzichè rivolgere la parola ai tre poveri compagni di sventura che ha di fronte, meglio una totale trasparenza. E vogliamo dilungarci sull’imbarazzo dei saluti in ascensore tra sconosciuti?

Ma non solo. Esistono sconosciuti che quando riconoscono di appartenere alla stessa categoria si salutano: i militari, con la simulazione del sollevamento della visiera dell’elmo come i cavalieri medioevali, i motociclisti, con lo sfarfallamento degli abbaglianti, i marinai in mezzo al mare, con la sirena o, banalmente i proprietari dei cani che si salutano tra loro col nome del cane (no comment).

Ma non solo. Esistono situazioni in cui capita di salutare dei passanti perfettamente estranei, o meglio, capita di essere salutati: nei paesini, dagli abitanti. Qui tutto salta. Non si saluta perchè ci si conosce, si deve chiedere qualcosa, si appartiene alla stessa categoria o si entra in una stanza. Non c’è nessun prerequisito: ci si saluta semplicemente perchè ci si incontra. Naturalmente il paesino dev’essere poco abitato e poco frequentato: non ci è mai capitato di essere salutati da qualcuno a Portofino. La folla, infatti, paradossalmente, ostacola ogni contatto casuale tra sconosciuti e, altrettanto paradossalmente, porta all’isolamento.

Ecco. Abbiamo predisposto i fili. Adesso non resta che congiungere quelli giusti e sicuramente si accende qualcosa che assomiglia ad una spiegazione del perchè ci si saluta nei sentieri.

I fili sono due. Il primo è l’ultimo. La montagna è un immenso paesino con pochissimi e sparsi frequentatori.

Il secondo filo è il senso di appartenenza ad una categoria: chi cammina in montagna fà parte della categoria di chi cammina in montagna. Una categoria riconoscibilissima: basta camminare in montagna!

Insomma, siamo riusciti a identificare non una, ma ben due ragioni per spiegare il saluto in montagna.

Tuttavia c’è un altro elemento che rende il saluto in montagna assolutamente unico. L’elemento più importante di tutti, forse un retaggio dei tempi duri di una volta.

Come in tutti i luoghi, in montagna può capitare di trovarsi in difficoltà. E per difficoltà non intendo aver finito le sigarette (oddio, per alcuni sarebbe un problema grave) ma situazioni un po’ più serie come essersi smarriti, aver rotto uno scarpone, aver preso una storta, essersi feriti. In questi malaugurati casi è impossibile avere soccorsi come in un centro abitato: non c’è l’ambulanza, il vigile, il bar, la farmacia, e spesso anche i telefonini sono inutilizzabili perchè non c’è linea. In montagna l’unico aiuto può venire da uno sconosciuto che passa di lì, sperando che passi qualcuno. Noi non siamo abituati, ma nelle difficoltà di un evento generale e comune nascono delle solidarietà inaspettate: se vi ricordate la grande nevicata del 1985, numerosi articoli di giornale descrivevano l’aiuto reciproco che si prestavano agli automobilisti bloccati dalla neve. A differenza di oggi, nelle antiche società contadine la lotta con la natura era quotidiana e le difficoltà frequenti. Quando il singolo non poteva cavarsela da solo, non esistevano salvifici e tecnologici interventi esterni ma doveva scattare l’intera comunità in una solidarietà che potrei definire istinto sociale di conservazione. Ecco. Qualcosa di analogo è rimasto in montagna. E il saluto, oltre che un generico augurio, prende il valore di un segno di appartenenza ad una comunità di mutuo aiuto: ti ho visto, ti dò retta, ti auguro vada tutto bene, ma se hai dei problemi fammi sapere perchè sono l’unico che può darti una mano.

Oggi, navigatore GPS alla mano, ci capita di fare trekking tecnologicamente assistiti su antiche vie mercantili (la via Mercatorum, la via Priula, la via del Sale, la via della Seta) ma pensate quanto dovesse essere fondamentale per gli antichi mercanti, fermarsi e fare due chiacchiere sui prezzi delle merci a Venezia, sulle tasse da pagare al Ducato di Milano, sulla presenza di pericoli (frane, forre, ghiaccio, predoni) o sulle distanze da percorrere per poter ferrare il cavallo. Ecco, in montagna il 99% delle volte il cellulare non prende e, quindi, riprendiamo a salutare ed interrogare il viandante che scende dal monte <<Manca ancora tanto al rifugio? Com’è il tratto attrezzato? Secondo te il cane riesce a salire? E’ aperta la malga?>>. Cambiano le domande, ma non i saluti iniziali.

Concludendo, in montagna esiste una catena di solidarietà sotto traccia che accomuna ed è riconosciuta da tutti i frequentatori.

E il saluto è la sua conferma.

Ciò detto, ci pare un esercizio divertente capovolgere il discorso. La vera domanda da porsi non è perchè ci salutiamo in montagna ma perchè non ci salutiamo in ascensore.
pioascensore

Il Fabio e la Susi, © 2019

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