I racconti di OggiEsco: La 500 blu

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Ebbene sì. Sono stato un fortunato possessore della Fiat 500. Quella vera. E non come un estimatore d’auto d’epoca bensì come un normale utente quando le strade ne erano ancora “infestate”. Non fate conti!
Ricordo ancora adesso quando mio padre la portò a casa. Usata. Era la seconda macchina, quella di servizio per non tirare fuori l’ammiraglia, quella che dimostrava a tutti che potevamo permetterci di avere due macchine. Era un cosino, poco più di uno scooter, ma ai tempi, quando ancora i SUV non esistevano, sembrava un’automobile vera. Utilitaria si diceva ai tempi, anche se non ho mai capito il senso di questo termine.

Quando la 500 fu adottata dalla mia famiglia non avevo ancora la patente ma rimediai subito al compimento del diciottesimo anno di età. La patente e la possibilità di potermi spostare autonomamente, era il primo passo importante della mia vita, quello che bramavo da anni, quello che mi avrebbe finalmente consentito di fare il secondo…sì, ammetto, sono stato un po’ tardo. E così, la 500, da macchina di servizio della famiglia, diventò la macchina di servizio mia.

Il colore era blu scuro, o blu diplomatico come l’avevo battezzato con gusto canzonatorio. Naturalmente il colore non era metallizzato, né credo che la Fiat si sia mai sognata di usare colori metallizzati per la 500. A parte questo, era esattamente uguale a milioni di altre: non esistevano ai tempi optional di fabbrica per personalizzare alcunchè, l’unica scelta possibile era il colore.
La 500 era così basica che non aveva neppure le marce sincronizzate. Per scalare occorreva schiacciare la frizione, mettere in folle, rilasciare la frizione, sgasare, rischiacciare la frizione, mettere la marcia inferiore e infine lasciare la frizione. Una scienza e un’arte allo stesso tempo! E infatti c’era gente che non avendo mai imparato, partiva in seconda e lì restava fino alla fine del viaggio: erano quelli col cappello.

A dir la verità, quando ho detto che la 500 non aveva optional, sono stato ingeneroso. Gli optional, o meglio, le caratteristiche interessanti erano ben due: una divertente, insolita anche per le macchine moderne, e l’altra pratica, molto.
La caratteristica divertente era il tettuccio apribile. Era poco più di un ombrello ma nella bella stagione aveva il suo perché. Invero a “velocità sostenuta” il tettuccio spifferava e suonava come una zampogna, ma tanto il rumore del motore copriva tutto.
L’altra caratteristica, fondamentale per un ragazzotto com’ero io ai tempi, era il sedile reclinabile. Non oso pensare che cosa sarebbe stato della mia vita senza il sedile reclinabile! Ma non basta. Oltre ad essere reclinabile, il sedile della 500 aveva una peculiarità che lo rendeva praticissimo. Per abbassarlo infatti non c’era la classica manopola a rotazione che, gnike gnike, poteva uccidere anche l’ardore più focoso, bensì un’agile leva che faceva il suo sporco lavoro in un lampo. Talmente bene, che una volta lo schienale non ne ha più voluto sapere di tornare su e per un periodo ho viaggiato col sedile passeggero abbassato. La cosa era davvero imbarazzante perché con quel sedile reclinato, a parte la scomodità del passeggero, sembravo un autentico maniaco: era come andare in giro con la cerniera dei pantaloni abbassata.

Le prestazioni della Fiat 500 erano uniche. Non tanto per l’asfittico e rumoroso bicilindrico da 18 cavalli che garantiva una velocità massima di 95 km/h con vento a favore, ma per le caratteristiche stradali. Complici gli pneumatici da bicicletta e il motore montato dietro che ne sbilanciava il peso, la tenuta di strada era equivalente a quella di una saponetta bagnata. Bastava fare una curva un po’ secca a velocità da parcheggio e il posteriore se ne andava per i fatti suoi. Divertentissimo! Talmente tanto che facevo ogni svolta in controsterzo per la gioia mia e dei miei amici. Talmente tanto che si andava in città solo per il gusto di andarci in macchina, senza neppure prendere in considerazione l’idea di fermarsi a bere una birra. Come decretò definitivamente un mio amico, la 500 era l’automobile che aveva in assoluto il più alto rapporto brivido lentezza. Insomma, ci si cagava sotto anche a bassissima velocità!

Anche se era poco più di un giocattolo, era rumorosa come un biplano e aveva una tenuta di strada approssimativa, la 500 era comunque affidabilissima. Sopportava tutto senza lamentarsi e si accendeva al primo colpo in qualsiasi stagione. Un vero mulo. Ehm, muletto.

Potrei passare ore in epiche narrazioni di cosa feci con e a quella macchinetta ma mi limiterò a un solo episodio: la prima volta.

Era un pomeriggio d’agosto. Il sole alto nel cielo lattiginoso dardeggiava fuoco sul grigio asfalto indifferente. Al volante del mio bolide blu percorrevo pigramente…vabbé, stavo andando da un mio amico. Ero ormai arrivato davanti a casa sua e mentre stavo rallentando per parcheggiare, scorsi che in corrispondenza di una svolta poco più avanti, l’asfalto ricoperto di sabbia. Chissà com’era finita lì, forse un camion ne aveva persa un po’ curvando e le macchine che erano passate dopo l’avevano sparsa per bene. Poco importa. C’era della sabbia in una curva!

Un lampo attraversò il mio cervello e un sorriso stirò le mie labbra. Superai la casa del mio amico senza fermarmi.
Normalmente avvicinandosi ad una curva si rallenta, ma ad una curva con sabbia no! Non io.
Scalai una marcia e spinsi l’acceleratore al massimo. Entrai in uno stato di totale esaltazione mentre l’adrenalina pompava al ritmo bitonale del motore che saliva di giri. Questa volta altro che controsterzo, con la sabbia sarei riuscito a fare un testacoda doppio! Arrivai alla curva bello lanciato, diedi un colpo deciso al volante verso destra e, come previsto, la macchina iniziò a sbandare col posteriore. Poi, quando la macchina mise le ruote sulla sabbia, perse completamente aderenza e cominciò a girare tutta. Che bellezza! Roteavo come un ballerino del Bolschoi, ma su quattro ruote. In pochi magnifici istanti la macchina fece un elegante giro completo su se stessa. Fantastico! Ma ce n’era ancora, la rotazione era tutt’altro che finita e stava cominciando il secondo giro di giostra. Ero in uno stato di sublime eccitazione trascendentale.
Senonché…senonché mi accorsi con la coda dell’occhio che il velo di sabbia su cui volteggiavo stava per finire lasciando scoperto l’asfalto. Ebbi un pensiero anche, ma lo scacciai. La 500, baldanzosa, stava facendo il secondo giro ed ero troppo impegnato a godermi l’attimo.
Poi accadde. La macchina, proprio mentre era in piena sbandata, finì con entrambe le ruote di sinistra sul nudo asfalto; e si impiantò. O meglio, le ruote si impiantarono, ma la macchina proseguì con la rotazione. Solo che questa rotazione era di tipo diverso. Me ne accorsi perché la linea dell’orizzonte davanti al lunotto cominciò a diventare stranamente obliqua. Finché non diventò verticale. Vidi con orrore che l’asfalto si era improvvisamente affacciato dal finestrino aperto, a pochi centimetri dalla mia faccia. Sentii come un rumore di lamiera che striscia sull’asfalto: era lamiera che strisciava sull’asfalto. Scintille. Cazzo! Avevo cappottato o, più precisamente, la macchina era “caduta” di fianco sulla strada.
Io finii appoggiato con tutto il peso del corpo sulla portiera continuando a tenere le mani sul volante come se avessi potuto controllare ancora qualcosa a ruote all’aria. Ero incredulo di quello che stava succedendo, totalmente basito. La macchina continuò a strisciare sull’asfalto per qualche secondo finché, finalmente, si fermò. Completamente, anche il motore.
Rimasi fermo per un po’ nella mia posizione assurda, non riuscivo a capacitarmi di quello che era accaduto, né ero abituato a stare al volante di un’auto accasciata di fianco. Poi mi scossi, diedi una rapida occhiata al mio corpo e cominciai a muovere gli arti. Non c’erano tracce di sangue né sentivo dolori da qualche parte. Bene! Pensai.
D’istinto afferrai la serratura della portiera per uscire ma mi resi immediatamente conto che dalla mia parte non potevo aprire nulla. Restava l’altra portiera, diciamo quella in alto. Mi mossi dal sedile e puntai i piedi sulla portiera in basso per ritornare ad avere una posizione verticale. Era tutto assurdo; quel piccolo mondo, l’interno della mia 500 si era completamente rovesciato e l’alto e il basso avevano perso il loro consueto significato. La macchina oscillò un poco. Mi alzai e raggiunsi la portiera in alto. La spinsi. In quella posizione la portiera faceva resistenza con tutto il suo peso e, chiaramente, non aveva la minima intenzione di restarsene ferma una volta aperta. Una ovvietà. Ma ci misi due tentativi per capirlo.
Non fu facilissimo uscire: arrampicarsi tenendo aperta una portiera che vuole caderti sulla testa non è impresa da niente. Quando alla fine ci riuscii e mi sedetti sulla fiancata della macchina, sembravo un marinaio che sale sulla torretta di un sommergibile. Vabbé. Nel frattempo, richiamate prima dal frastuono e poi dall’insolita scena di un’auto cappottata in mezzo alla strada, alcune persone cominciarono ad uscire dalle case vicine. Presero a venire verso di me lentamente, attirate sì dalla curiosità ma titubanti di fronte alla possibilità di trovarsi di fronte a un automobilista sfracellato. Che vergogna! Pensai. Già è brutto fare una cazzata, ma farla in pubblico è ben peggio. E peggio ancora se il pubblico è del tuo paese.
Bisticciando ancora un poco con la portiera, mi sbrigai a liberare anche le gambe e con un balzo il più agile possibile per dimostrare la mia incolumità, scesi a terra dal mio sommergibile. Ora, almeno, ero in una posizione normale. Restava una 500 cappottata accanto a me ma, suvvia, nessuno è perfetto.
Una donnetta, che riconobbi essere la madre di un mio compagno di scuola, mi chiese se stavo bene e se volevo un bicchiere d’acqua. Risposi sì e no grazie sperando che non mi avesse riconosciuto.
Guardai la povera 500 sdraiata sull’asfalto come un calabrone rovesciato. Una chiazza d’olio si stava allargando sotto al motore che faceva mostra di sé in quella posizione oscena. Pensai a mio padre, e non fu un bel pensiero.
Non sapevo che fare. Così, tanto per, girai intorno alla macchina dalla parte del tetto, afferrai la cornice della portiera appoggiata all’asfalto e tirai su senza convinzione. La macchina, inaspettatamente, si sollevò con facilità e cadde sulle quattro ruote facendo poi un rimbalzo. Per un attimo temetti che potesse cappottarsi dall’altra parte!
Guardai la parte “ferita”: in alcuni punti c’erano evidenti strisciate ma, tutto considerato, la 500 sembrava ancora una 500. Nel frattempo la gente intorno aveva smesso di avanzare e si teneva a distanza di sicurezza: non c’era più il rischio di vedere una scena truculenta, ma quel tizio che, come nulla fosse, stava armeggiando con la sua macchina cappottata invece di chiamare soccorsi, probabilmente non doveva essere del tutto a posto.
Tentai di aprire la portiera danneggiata lato guida che si spalancò senza problemi. Salii in macchina, sgombrai dai piedi le cose che erano uscite dai portaoggetti e mi attaccai alla levetta dell’accensione per vedere se ancora funzionava. Cecè, cecè, cecè. Niente. Cecè, cecè, cecè. Niente. Pensai di nuovo a mio padre. Cecè, cecè wrooom!!! Senza altri pensieri ingranai la prima e abbandonai la scena. Meglio, scappai dalla mia vergogna lasciando il pubblico a bocca aperta davanti allo spettacolo di un ciclista che, dopo una caduta, aveva tirato su la bicicletta e aveva ripreso a pedalare. Ma non era un ciclista e non era una bicicletta.

Il Fabio, © 2019

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